1. Il segno meno
    Il segno meno è centrale nella tua ricerca. Cosa ti ha portato a sceglierlo e che significato assume nel tuo lavoro?

Il segno meno è centrale nel mio lavoro, perché per me rappresenta la base di tutte le mie riflessioni. Racchiude molti simboli e significati: mi permette di ritracciare memorie, evocare ricordi assenti e stimolare la nascita di nuovi pensieri sugli oggetti e i soggetti che segnano la nostra vita. È sottrazione, è minus, è micro; è particella che vibra nell’elettronica e linea che attraversa la geometria. Mi ha sempre affascinato la sua natura duplice, sia in senso letterale che scientifico: la parola meno. Ciò che più mi sorprende è però il suo profondo valore simbolico che assume nei riti trascendentali della mia tradizione. Inevitabilmente, questo segno è entrato progressivamente nella mia ricerca, occupando un ruolo quasi elettronico: quello di elemento costitutivo, mattone fondamentale di ogni materia.

 

  1. Colore e stratificazione
    Le tue tele mostrano cromie intense e stratificazioni complesse. Come scegli i colori? Hanno legami con luoghi, memorie o simboli?

Sappiamo di vivere in un mondo complesso, dove molte cose sembrano prive di senso. Ci poniamo continuamente domande sulla nostra esistenza: dove siamo, quale ruolo abbiamo su questo pianeta. Cercare di comprendere tutto questo ci porta a sovrapporre milioni di concetti per dare forma e colore alla nostra vita. La stratificazione di colori, forme e simboli fa parte di questo caos che ci circonda. Non mi soffermo mai a pensare quale colore scegliere: li lascio emergere e procedo, affidando all’inconscio il compito di introdurre informazioni e concetti che trasformano il mio campo pittorico in uno spazio di gioco, fatto di energia e materia. Oggi sappiamo, grazie alla scienza e alla meccanica quantistica, di essere parte di un sistema olistico. È per questo che mi interessa strutturare il mio lavoro intorno a luoghi lontani, alla memoria collettiva e alla mia interiorità. Spesso, nel vuoto, ritraggo forme nascoste per dare un’interpretazione a tutto ciò che mi circonda.

 

  1. Due culture, un linguaggio
    La tua formazione in Togo e l’esperienza in Italia convivono nella tua pratica. In che modo queste due culture si intrecciano nel tuo linguaggio visivo?

Ho avuto la fortuna, nel mio intenso periodo di formazione artistica, di lasciare il mio Paese e approdare in Italia: una meta che ha entusiasmato e orientato tutto il mio percorso attuale. Fin dai primi momenti ho frequentato musei d’arte, partecipato a inaugurazioni, visitato mostre, fiere e biennali. Ho osservato numerosi linguaggi artistici e le diverse estetiche dell’arte; con il tempo, l’influenza di tutto ciò che vedevo ha cominciato a trasformare profondamente la mia ricerca. È stato un passaggio molto importante per la mia arte: il bagaglio artistico che avevo già nel mio Paese d’origine, il Togo, ha iniziato a maturare, e sono riuscito a scavare nel profondo dei miei lavori passati, ritrovando quel segno meno che utilizzavo spesso e che continua a riemergere nei miei lavori. Quel segno è diventato un filo conduttore, il pattern che ha dato forma al mio percorso, facendosi spazio e apparendo con forza nelle mie nuove opere.

 

  1. Mappe interiori
    Nella mostra personale Patrimoine Géo‑métré da Nashira Gallery hai costruito una geografia immaginata tra memoria, territorio e simbolo. Come è nato questo paesaggio e che tipo di esperienza ha voluto evocare?

La mostra Patrimoine Géo-métré presso Nashira Gallery è stata una delle esperienze espositive milanesi più belle che ho vissuto in questi ultimi anni. Lì ho avuto il tempo di preparare con cura e riflettere a fondo sullo spazio e sul progetto, trovando un momento sublime per presentare un’installazione legata alla mia ricerca. In quell’esibizione ho cercato di evocare la geografia, la geologia e, in un certo senso, anche la geometria dei territori. Nella mia produzione artistica, ho voluto far emergere con sottile poesia il paesaggio politico e geopolitico dell’Africa, le sue aree critiche e le tensioni che la attraversano. Ho inoltre costruito una narrazione sulla situazione archeologica – troppo spesso dimenticata – che considero uno specchio fondamentale per definire il territorio e la memoria del continente. L’idea di quella mostra è nata dall’esigenza di raccontare la complessità politica dell’Africa non in modo brutale, ma attraverso colori di gioia e di poesia.

 

  1. Nuove traiettorie
    Come immagini l’evoluzione della tua ricerca nei prossimi anni? Ci sono nuovi territori che desideri esplorare, visivamente o concettualmente?

Apprezzo il fatto che l’arte sia dinamica, anche quando le distanze tra gli artisti sembrano immense. Trovo sempre stimolante inscrivermi nella storia contemporanea con passi misurati econsapevoli. Cerco di non lasciarmi trascinare dalle mode del presente, lascio che l’evoluzione della mia ricerca scorra come un fiume verso l’oceano, con la certezza che in futuro possa approdare a grandi spazi istituzionali: musei, fondazioni, collezioni private. Nel il mio cammino, desidero riprendere ed esplorare la scultura, indagare i sentieri della fotografia sperimentale e, soprattutto, approfondire i legami che uniscono arte, scienza e metafisica.

 

 

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