- Materiali di recupero
Usi materiali come ferro, rottami, pneumatici e frammenti industriali o rurali. Come scegli questi elementi e che ruolo hanno nel tuo lavoro?
Il primitivismo nel post-umano è il punto di partenza della mia ricerca: un modo di pensare e creare che rielabora l’eredità del pensiero mitico attraverso materiali contemporanei. Nella definizione di Lévi-Strauss, il primitivismo si manifesta come una combinazione di frammenti di eventi, un approccio che nel tempo è diventato la base del mio lavoro, includendo elementi preesistenti e trasformandoli in nuove possibilità espressive. Non sento autentico un lavoro realizzato con materiali nuovi: li percepisco come privi di anima e di memoria, e in contrasto con una visione sostenibile del mondo. Ho riconosciuto questa stessa attitudine nel luogo da cui provengo, nel Meridione, e in molte periferie del mondo, dove i resti dell’industrializzazione vengono riutilizzati e adattati a nuove funzioni. È una forma di resistenza culturale che riconnette il passato al presente e restituisce valore a ciò che è stato dimenticato. In un’epoca segnata dagli effetti della sovrapproduzione, questa pratica diventa un modo per parlare il linguaggio del mio tempo, dando forma alla reale natura dell’ambiente che abito.
- Tra archeologia e presente
Molti tuoi lavori evocano forme antiche, ma inserite in un contesto attuale. Come costruisci questo dialogo tra passato e presente?
Secondo Darryl Anka, la nostra percezione di passato, presente e futuro è in realtà la traduzione mentale di un’esperienza che attraversa un’infinità di realtà parallele, una successione di istanti di vita che si manifestano miliardi di volte al secondo. In questa prospettiva, il futuro e il passato più remoto coesistono simultaneamente in un eterno presente. Questa visione non lineare del tempo trova riscontro sia nelle pratiche spirituali di antiche civiltà, come quelle dei nativi americani, degli Egizi o dei Maya, che vedevano il tempo come un ciclo piuttosto che una linea, sia in alcuni recenti studi di meccanica quantistica, come l’esperimento della scelta ritardata di Wheeler. Nel mio lavoro, questa consapevolezza si esprime attraverso una pratica multidimensionale che richiama l’approccio simbolico e rituale di molte culture ancestrali, in cui ogni elemento diventa un ponte tra mondi e tempi differenti.
- Il caso come metodo
La tua pratica sembra lasciare spazio all’imprevisto e al non controllato. Quanto conta la casualità nel tuo processo creativo?
Credo che la casualità sia l’aspetto più importante del mio lavoro. Non nasce da un processo mentale, ma da un’esperienza corporea in cui l’azione diventa un rapporto cieco con l’alterità. L’errore è il canale attraverso cui la materia torna a prevalere sulla forma, restituendole la possibilità di esprimersi senza controllo né intenzione. In questo modo si genera una connessione profonda con ciò che mi circonda, una sensazione di appartenenza al tutto, come se il confine tra me e il mondo si dissolvesse. E un tentativo di ritrovare quell’equilibrio perduto negli ultimi millenni, in particolare — come osservano alcuni antropologi — a partire dal Neolitico, quando l’essere umano ha cominciato a porsi al di sopra della natura invece che in relazione con essa. Deleuze e Guattari, in Millepiani e L’Anti-Edipo, descrivono la materia non come oggetto passivo da dominare, ma come parte di un flusso immanente di forze e intensità. Allo stesso modo, nel mio lavoro l’errore diventa lo spazio attraverso cui il rapporto con la materia – per dirlo con Julia Kristeva – trabocca i confini del soggetto e della forma, generando il perturbante, il mostruoso, il vivo.
- Lavoro collettivo e ricerca condivisa
Hai avviato progetti come OMUAMUA e di recente una residenza d’artisti in Bosnia. Cosa cerchi in questi contesti collettivi e come arricchiscono la tua ricerca?
Gli studi condivisi e il confronto con artisti di provenienze diverse sono stati centrali nella mia formazione. Questo scambio mi ha aiutato a mettere in discussione il mio percorso e a comprendere meglio la direzione della mia ricerca, individuando ciò che potevo offrire di personale in base al mio background. Nel 2019, insieme a Luca Pozzi, ho fondato OMUAMUA, uno spazio indipendente a Milano nato con l’obiettivo di estendere l’esperienza di condivisione e collaborazione a una comunità più ampia. OMUAMUA si distingue per un approccio orizzontale e inclusivo, e oggi rappresenta una delle realtà indipendenti più attive in città, con un gruppo stabile di nove persone e numerose mostre realizzate. Nel 2024 ho dato vita alla Bosnian Pyramid Residency, dopo un’esperienza di volontariato presso la Fondazione Parco Archeologico Piramide Bosniaca del Sole e alcuni anni di studio e impegno nella diffusione in Italia dei materiali emersi dagli scavi, contribuendo alla loro traduzione e valorizzazione. Questo progetto nasce dal desiderio di intrecciare arte contemporanea e ricerca interdisciplinare, favorendo il dialogo tra passato e futuro. Il mio lavoro personale è strettamente legato a questi progetti collettivi, che considero parte integrante della mia pratica artistica. Mi riconosco nella visione di Joseph Beuys e nella sua idea di scultura sociale, secondo cui ogni gesto capace di generare trasformazione è un atto artistico. In questo senso, vedo i miei progetti come sculture collettive: forme di relazione, dialogo e cooperazione che rendono l’arte un processo sociale e trasformativo, in grado di creare nuove consapevolezze e comunità.
- La mostra Sinai Phone
Cosa ha rappresentato per te Sinai Phone da Nashira Gallery? Ha segnato un passaggio importante nella tua carriera o nel tuo linguaggio?
Sinai Phone è stata una mostra personale di grande importanza per me, presentata presso Nashira Gallery a Milano. Arrivava dopo un periodo di profonde consapevolezze e trasformazioni nella mia pratica artistica: sentivo emergere la necessità di definire con maggiore forza il mio linguaggio, di renderlo più riconoscibile e coerente con le mie ricerche interiori. Nashira Gallery mi offriva fiducia e spazio per esprimermi liberamente, e questo mi ha spinto a dare tutto me stesso, a mettere in campo tutti gli strumenti e le esperienze che avevo maturato negli anni precedenti. Così ho dedicato tutto il 2023 alla realizzazione di nuove opere che rappresentassero questa evoluzione. Ho creato tredici nuove sculture realizzate con ferro di recupero, pietra e terracotta, materiali scelti per la loro carica simbolica e la loro memoria materica. In esse si intrecciano passato e futuro, in un linguaggio che potrei definire post-apocalittico: una riflessione sulle origini e sul destino, sulla sopravvivenza della forma e dello spirito in un mondo in trasformazione. Il titolo, Sinai Phone, l’ho preso da un piccolo negozio di telefonia di Corsico. Mi colpì la forza del contrasto tra il nome Sinai – il monte da cui, secondo la tradizione, Dio chiamò Mosè — e la parola Phone, simbolo della comunicazione contemporanea. Quel cortocircuito linguistico evocava perfettamente il tema che volevo esplorare: il rapporto tra umano e divino, terrestre ed extraterrestre, calato però in modo ironico in un contesto quotidiano, quasi periferico, vicino alla vita reale di tutti i giorni.
